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sabato 30 maggio 2009

30 maggio - A L'Aquila, oltre la zona rossa


Oggi siamo a L’Aquila. E’ una giornata importante per la città. Da Piazza della Fontana Luminosa, per pochi minuti i comitati dei cittadini di L’Aquila violano la zona rossa e si riprendono simbolicamente la loro città.

Pochi minuti e poche centinaia di metri. La città resta in mano alla protezione civile, ma la gente che entra per la prima volta dopo mesi nella propria città, piano piano, uno alla volta, in un silenzio quasi irreale, ha il volto commosso.

L’emozione è fortissima, ma anche la rabbia e l’esasperazione, soprattutto all’inizio quando sembra che la protezione civile voglia ancora vietare l’ingresso, per motivi di sicurezza, a causa di una nuova scossa avvenuta nella notte. Ci sono migliaia di persone di fronte all’ingresso della città. Ci sono i comitati dei cittadini, il sindaco, la presidente della Provincia. Chiedono soltanto di entrare, di riprendersi la città e di partecipare alla ricostruzione delle loro case, delle loro strade, dei loro quartieri. Accanto a loro, ci siamo noi.

Alla fine la protezione civile apre il varco della zona rossa. Chiedono a noi di formare il cordone che permette ai cittadini di L’Aquila di rientrare in città. La gente passa in silenzio, qualcuno applaude. I volti dei compagni della Fiom sono fermi, quasi impietriti dalla commozione, provati dalla fatica della strada che hanno percorso la mattina per arrivare a L’Aquila. Si stringono in un abbraccio profondo di solidarietà con le cittadine e i cittadini della città distrutta dal terremoto.

La tappa di oggi, tiene simbolicamente insieme la volontà di affermare il diritto al lavoro e alla democrazia sindacale alla volontà dei cittadini di partecipare alla ricostruzione della loro città.

Domani, Roma.

venerdì 29 maggio 2009

29 maggio - Rieti. Un intero territorio in crisi


Lasciamo Terni per Rieti. Abbiamo quasi 900 chilometri alle spalle. E altre due tappe davanti: l’Aquila e Roma.

A Rieti ci aspettano in piazza, di fronte al municipio. Insieme a Gianni Rinaldini e a Laura Spezia, ci sono i lavoratori di varie aziende del territorio. Sono quasi tutte in crisi.

Ci sono i lavoratori della Ritel, ex Alcatel, 214 lavoratori, 500 in tutto il gruppo. Producono apparecchi per le telecomunicazioni, in particolare apparecchi in fibra ottica. Non sono ancora in cassa, ma temono per il futuro, “ce la vediamo piuttosto male”, mi dice. Già da un anno, l’azienda ha ridotto le commesse. Qui il rischio non è nemmeno la cassa integrazione. Il rischio è la crisi finanziaria dell'azienda e la chiusura dello stabilimento.

Poi c’è Orfeo, della Solsonica (ex EEMS), una azienda che ha riconvertito la produzione da memorie per l’hardware a pannelli solari per l’energia fotovoltaica.
Sono in cassa da aprile del 2008, a rotazione fino a giugno del 2010. Orfeo negli ultimi 3 mesi ha lavorato due, tre giorni al mese. Adesso passerà a otto, nove giorni.
Orfeo, prima di essere assunto e di finire in cassa integrazione, è stato precario per nove anni e mezzo. Dice di essere stato “fortunato”, perché a lui hanno sempre rinnovato il contratto. Ne avrà avuti più di 40, anche di tre, quattro mesi, a volte sei. Persino tanto. Dopo di lui, i contratti si sono fatti anche a due o tre settimane. E in effetti, negli ultimi due anni, almeno un centinaio di precari sono stati “spazzati via”, travolti dalla crisi. Sono stati i primi a pagarne il prezzo.

C’è anche Cesare, della Schneider. Sono in cassa anche loro. In 30 anni di attività, è la prima volta che capita. Fino all’anno scorso andava tutto bene; poi, dal 2009 c’è stato un crollo improvviso, con un calo del 60% della produzione. Prima si producevano 2.300 interruttori; ora si è passati a 1.100. La cassa è iniziata a febbraio, dopo le ferie collettive.
Anche qui, i precari sono stati i primi a pagarne il prezzo: “abbiamo perso almeno 40 precari e per una città come Rieti sono davvero tanti”.


Sono soltanto alcune storie della crisi di un intero territorio.

giovedì 28 maggio 2009

28 maggio - Thyssen di Terni. Qui dove si produce l'acciaio


Entriamo a Terni, la città di San Valentino. La città dell’acciaio.

Attraversiamo la città con la musica al massimo. La gente ci saluta. Qualcuno alza il pugno mentre passiamo.

Arriviamo alle acciaierie. Le acciaierie sono la storia della città di Terni. La prima acciaieria italiana, 1889.

I compagni della Thyssen ci aspettano là davanti. C’è anche il sindaco della città e il presidente della provincia. C’è anche Fausto Durante, che è arrivato con noi in bicicletta.

Il sito è enorme. A destra l’area del freddo, dove si fa la laminazione. A sinistra il caldo, dove si fa l’acciaio. Alle spalle, il quartiere di Borgo Bovio. 2.700 lavoratori diretti di TK Ast, Tubificio, Titania, SDF, Aspasiel. Oltre 3.000 quelli dell’indotto, soprattutto in agosto, quando aumenta il lavoro di manutenzione.

Alle acciaierie di Terni vengono a lavorare da tutto il ternano. Qualcuno anche da Spoleto e dalla Val Nerina. Migranti ce ne sono pochi nelle 5 aziende del gruppo Thyssen. Ma nell’indotto - nella manutenzione, dove le condizioni di lavoro sono le peggiore – sono quasi tutti migranti.

I lavoratori della Thyssen sono in cassa da mesi. Hanno fatto 40 settimane di ordinaria. 60mila ore nel reparto del caldo; 18mila nel freddo. Avrebbe dovuto cominciare la straordinaria a maggio, ma con un accordo e una riorganizzazione dei turni, sono riusciti a rimandarla a settembre.

Gli oltre 300 lavoratori precari hanno tenuto il posto di lavoro. Non sono stati mandati via. L’azienda ha provato a dividere i lavoratori, ma non c’è riuscita. Restano tutti, stabili e precari.

I compagni che ci accolgono ci portano nella mensa dello stabilimento. Oggi mangiamo con gli operai dell’AST (vedi foto).

28 maggio - San Gemini. Qui dove si produce l'acqua


Sulla strada per Terni, prima delle acciaierie, ci fermiamo allo stabilimento della San Gemini, stabilimento storico della zona: data di nascita 1889.

Sono 150 lavoratori. Circa 30, quelli del reparto succhi di frutta, sono in cassa integrazione dal 1° gennaio. Il rischio è la chiusura del reparto. L’ipotesi è che l’azienda stia utilizzando la crisi per ristrutturare e tagliare sui costi.

La lavorazione è in catena. Le linee sono automatizzate. 8 operatori su ogni linea. Poche donne, quasi tutti uomini. Una volta non era così. Nelle foto storiche che i compagni della San Gemini ci mostrano, le operaie erano tutte donne.

Era il tempo in cui la lavorazione era molto semplice, poco qualificata. Poi è arrivata l’automazione. E le donne sono state sostituite agli operai.

27 maggio - Massa Martana


Le colline ci accompagnano nel cuore dell’Umbria. Andiamo a Massa Martana. Un piccolo territorio, due grandi fabbriche, la Angeloantoni e la Emicom.

La prima - la Angeloantoni (vedi foto) - esempio virtuoso di buone relazioni sindacali, innovazione tecnologica, impatto ambientale zero.

L’altra - la Emicom - in cassa integrazione straordinaria da febbraio. 470 lavoratori, a rotazione. Così, per due anni. E’ crollato il mercato. Saturazione….

mercoledì 27 maggio 2009

26 maggio - L'INCA in marcia per il lavoro


Alla Umbria Olii con noi c’è anche Franca Gasparri dell’INCA Cgil. L’Inca partecipa e sostiene la nostra iniziativa da quando siamo partiti. Abbiamo i loro cartelloni con noi: “ogni giorno tuteliamo i tuoi diritti” (vedi foto).

La sicurezza è il tema principale del loro intervento. Franca ci dice che dall’inizio dell’anno ci sono stati 360 morti. Il bilancio di ieri è tristemente negativo.

Senza contare, poi, i lavoratori in nero – che non vengono nemmeno denunciati – e chi muore a causa di malattie professionali. Statistiche in questo caso non ci sono, ma la stima è che per un morto da incidente sul lavoro ce ne siano almeno quattro per malattie professionali. Eppure se ne denunciano soltanto 30mila l’anno. In parte, c’è una difficoltà dei lavoratori stessi a riconoscere la relazione tra malattia e condizioni di lavoro. Ma il vero punto è la difficoltà a far riconoscere la malattia professionale e il ricatto che i padroni fanno a chi tenta di denunciare.

Franca ci parla anche della questione dello stress e in particolare delle donne, che sono le più colpite, perché fanno i lavori più monotoni e ripetitivi e perché tra casa e famiglia – di fatto – di lavori ne fanno due. Le racconto delle operaie che abbiamo incontrato in questi giorni, quasi tutte in catena, tantissime con il tunnel carpale, tutte con una stanchezza infinita addosso.

martedì 26 maggio 2009

26 maggio - Basta stragi sul lavoro


Oggi la nostra marcia ha una parola d’ordine più importante di qualsiasi altra. Non ci battiamo soltanto per il lavoro. Vogliamo anche un lavoro sicuro. Basta stragi sul lavoro.

Arriviamo a Campello del Clitunno, vicino Spoleto. Siamo alla Umbria Olii, dove il 25 novembre 2006 quattro lavoratori sono morti sul lavoro. Non è stato un incidente. E’ stata una strage. Tanto più odiosa perché la direzione ha chiesto il risarcimento ai familiari delle vittime.

Dove siamo oggi, si inaugura un monumento ai 4 lavoratori. Ci sono alcuni dei familiari. Ci stringiamo intorno a loro.

Ci ha raggiunto Giorgio Cremaschi. La crisi, la precarietà, il ricatto aumentano le condizioni di rischio. Tre-quattro persone al giorno muoiono sul lavoro. Ogni giorno tutti i giorni. Come Giuseppe, Vladimir, Tullio, Maurizio che sono morti qui a Campello. Per loro e per tutti gli altri, vogliamo giustizia. Non servirà a restituire le vittime alla loro vita e ai loro familiari, ma la certezza della pena è prevenzione.

Il decreto salva-manager nelle revisioni al Testo Unico va esattamente nella direzione opposta. Ribalta e annulla un principio fondamentale di responsabilità, scaricandola sui quadri intermedi o sui lavoratori, come hanno provato a fare qui alla Umbria Olii.

Ci spostiamo di fronte ai cancelli della fabbrica. Mentre andiamo, in mezzo ai campi vediamo da lontano il silos che è scoppiato e volato via. E’ ancora lì, agonizzante, in mezzo a un prato verde; sullo sfondo le colline dolci dell’Umbria. Più avanti, arrivati ai cancelli, le parole non bastano più. Il profilo carbonizzato di quello che resta della Umbria Olii è ancora lì (vedi foto). Parla da solo. Chi lo vede non ha da dire niente altro. Anche quello è a suo modo un monumento a questa strage e a chi in questa vicenda ha pagato un prezzo troppo alto.

Non facciamo a tempo a dire che non deve succedere mai più, che ci arriva la notizia che altri tre lavoratori metalmeccanici sono morti in Sardegna. Pare fossero manutentori di una ditta in appalto. Mentre pulivano i serbatoi sono rimasti ammazzati. Intossicazione da azoto. Mentre scrivo ancora non conosco i loro nomi. Chi erano, quanti anni avevano.

lunedì 25 maggio 2009

25 maggio - Verso Santa Maria degli Angeli, passando in mezzo alla crisi


Proseguiamo per la strada, che oggi è meno dura anche se il caldo toglie il fiato.

Sulla destra, lungo il percorso che porta a Santa Maria degli Angeli, passiamo accanto al pastificio Petrini (nella foto). Lì non c’è nessun lavoratore e nessuna lavoratrice da incontrare. Lo stabilimento ha chiuso un anno fa. C’erano 80 persone. Pochi anni prima circa 600.

Sotto Santa Maria degli Angeli, ci viene incontro il segretario provinciale della Cgil, Mario Bravi.

Nella provincia di Perugia si contano 10mila lavoratori interessati dalla cassa. Le domande per il sussidio di disoccupazione sono passate in un anno da 3mila a 12mila. I territori più colpiti dalla crisi sono l’alta Umbria, dove si produce la componentistica per l’automobile, e la fascia appenninica, a causa principalmente della crisi della Antonio Merloni, dove sono in cassa a singhiozzo da oltre un anno. 1.000 lavoratori diretti e altri 1.000 dell’indotto.

A questo si aggiunge, nella stessa zona, la crisi della ceramica artistica e artigiana e quella dell’edilizia post-ricostruzione del terremoto. Si arriva in tutto a una situazione di crisi occupazionale per circa 4.000 lavoratrici e lavoratori.

Troppi per la sola zona che va da Gualdo, a Gubbio, fino al confine con le Marche.

Sabato 23 a Venafro, in provincia di Isernia, si è svolta la Festa del lavoro in marcia 2009.

Iniziate le attività per la partenza del “Lavoro in marcia” da Pomigliano il 27 maggio prossimo, tappa del Sud.
Sabato 23 a Venafro, in provincia di Isernia, si è svolta la Festa del lavoro in marcia 2009. Tanta la gente all'iniziativa promossa dalla Fiom-Cgil Molise, molti gli stand di produttori locali e le attività organizzate nel pomeriggio per bambini e piccoli atleti della palestra di Venafro.
Allo stand gastronomico, arrosticini di pecora e salsicce andavano a ruba, per non parlare dei fagioli con le cotiche (tipico piatto estivo...).
La musica è iniziata alle 20 ed è andata avanti fino a tardi, con una interruzione in cui i promotori della manifestazione hanno descritto l'iniziativa dei metalmeccanici: dal palco ha preso la parola Giovanni D'Aguanno, segretario generale della Fiom Molise, seguito da Luigi Camposano della Fiom nazionale, che ha portato il saluto dei metalciclisti della tappa del Nord arrivati finora a Cortona, in Toscana, e ha consegnato a Nicandro Iannarelli, uno dei metalciclisti che partiranno nei prossimi giorni, le magliette rosse simbolo della carovana.

25 maggio - Umbertide - Le tute blu della Solfer


Di nuovo sulla strada. La direzione è sempre Assisi, ma ci fermiamo di nuovo, di fronte alla Solfer. 120 lavoratori. Escono tutti gli operai. . Domani hanno un incontro con l’azienda , che da una settimana ha annunciato 34 licenziamenti.

Ci salutano (vedi foto) e ci augurano buon viaggio e ci dicono “continuate a fare bene il vostro lavoro come avete fatto finora”.

25 maggio - Umbertide - Le tute blu della Terex


E’ lunedì. Il nostro viaggio ricomincia. Partiamo da Umbertide diretti a Assisi, città della pace. Lungo la strada incontriamo i lavoratori della Terex, multinazionale metalmeccanica. 160 lavoratori che producono mezzi per l’edilizia. Escono tutti gli operai in tuta blu della Terex (vedi foto). Stavolta siamo noi a dare loro il benvenuto quando arrivano.

Gli operai della Terex lavorano soltanto questa settimana in tutto maggio. È da settembre che sono in cassa. La direzione parla di crisi di mercato, ma la sensazione è che sia la solita storia: una multinazionale che viene nei nostri siti produttivi. Sta un po’, finché gli conviene. Poi smantella tutto.

Dicono che tra un po’ – forse – dovranno prendere anche loro la bicicletta per andare a cercare lavoro.

sabato 23 maggio 2009

22 maggio - Alla SCA. 60 giorni di sciopero. 60 chilometri alle spalle e 60 ancora da fare


Anche oggi è una giornata particolare. Ci aspettano le lavoratrici e i lavoratori in presidio di fronte a una fabbrica. Sono in sciopero da 60 giorni.

Ci arriviamo a fatica allo stabilimento della SCA a Pratovecchio, nel Casentino. Ci arriviamo a fatica perché la strada si arrampica sugli Appennini. L’Arno ci accompagna per un tratto. Poi le montagne ci tolgono la linea dell’orizzonte.

Chi è in bicicletta fa fatica. Sono più di 60 chilometri. E poi, quando ripartiremo, ce ne saranno altri 60 per arrivare a Cortona. Questa è la tappa più dura del nostro giro nell’Italia della crisi. Ma nessuno si ferma. I ciclisti sanno che i lavoratori della SCA li aspettano. 60 chilometri non sono più duri di 60 giorni di sciopero.

La SCA è una multinazionale svedese dell’industria carto-tecnica. Producono carta igienica ( carta da culo, si dice qui in Toscana). Ci sono altri quattro stabilimenti in Italia, tutti nella zona di Lucca. Poi molti altri, in giro per il mondo.

Lo stabilimento di Pratovecchio tra quelli più all’avanguardia. La cogenerazione dell’energia, la versatilità dei macchinari, la professionalità dei lavoratori lo rendono uno dei più avanzati in Italia per questo tipo di produzione. Nello stabilimento si produce tutta la linea Conad. Si cambia produzione sulle linee anche 3 volte al giorno.

Il prodotto è competitivo sul mercato. La Cina non batte sui costi, perché il trasporto sarebbe troppo oneroso.

Eppure Pratovecchio chiude. La chiusura la annuncia l’azienda il 27 marzo. 130 lavoratori. 120 esuberi. Punto. Più qualche precario e i lavoratori dell’indotto. Tutti a casa. In tutto sono circa 200.

Quando viene dato l’annuncio, i lavoratori e le lavoratrici della SCA sono già in sciopero, da 3 giorni. E da 2 giorni sono in presidio davanti allo stabilimento. Hanno capito, prima dell’annuncio ufficiale, che l’azienda sta smobilitando.

È l’inizio di una grande lotta. 60 giorni di sciopero. Presidio 24 ore su 24, con turni di 4 ore. Ci sono tutti con i lavoratori della SCA. Tutto Pratovecchio, tutta Stia, i lavoratori e le lavoratrici delle altre fabbriche del territorio, tutte e tutti. Se chiude la SCA nella valle del Cosentino é come se avesse chiuso la Fiat a Torino negli anni 60.

È con loro anche Pau dei Negrita e tutti quelli che ha portato a suonare qui: Roy Pacis, la Casa del vento, i Modena, la Bandabardò, Piero Pelù e tanti altri. Hanno raccolto un bel po’ di soldi con un grande concerto. Con questo e le collette e le donazioni sono riusciti persino a dare una sorta di cassa integrazione ai lavoratori. 856 euro al mese. Più di un operaio metalmeccanico in cassa ordinaria.

Ha partecipato alla colletta anche l’ex proprietario della fabbrica. Una volta la fabbrica si chiamava Ausonia. Il proprietario era di qui. Poi è stata comprata dagli svedesi che hanno svenduto, ristrutturato, chiuso. Quello che accade oggi alla SCA - uno stabilimento produttivo che chiude e 200 lavoratori a casa - non è detto che sia l’ultimo atto.

Grazie alla lotta dei lavoratori, però, una trattativa almeno c’è stata. Ora si parla di vendere lo stabilimento, non di dismetterlo.

Ma hanno ottenuto anche altro i lavoratori e le lavoratrici della SCA. Una settimana fa, la multinazionale ha annunciato la chiusura di uno stabilimento a Manchester. Non è stato più 50 lavoratori, 50 esuberi. Hanno aperto un tavolo. Ora si tratta con i sindacati. La lotta di Pratovecchio ha pagato a Manchester.

E a Pratovecchio. Perché i lavoratori e le lavoratrici della SCA, dopo 60 giorni di sciopero, sanno che tutto quello che potevano fare lo hanno fatto.

Anche a loro la nostra più grande solidarietà.

Loro lunedì tornano al lavoro, ma aspettano ancora un piano industriale serio. La loro lotta non è finita. E nemmeno la nostra.

Ripartiamo. Altri 60 chilometri. Direzione Cortona.

venerdì 22 maggio 2009

22 maggio - Pistoia - Al presidio dei lavoratori e delle lavoratrici della Radicifil


Ripartiamo da Porretta. Percorriamo la Porrettana in mezzo agli Appennini. Qui l’aria è più fresca; il cielo è coperto. La strada si arrampica, le biciclette arrancano, ma nessuno molla. Direzione Pistoia.

Oggi ci aspettano le lavoratrici e i lavoratori della Radicifil, in presidio da mesi per la difesa del loro posto di lavoro. Lo stabilimento chiude. Loro sono in cassa straordinaria.

La Radicifil è una fabbrica chimica che produce filo di nylon 6.6. Io non so cosa significa 6.6. Me lo spiegano loro quando arrivo.

Il nylon 6.6 si utilizza per indumenti particolari, le giacche delle moto per esempio. E’ un materiale pregiato. In Italia lo produce soltanto lo stabilimento di fronte al quale siamo ora. A Bergamo, la stessa proprietà produce un altro tipo di filo, il nylon 6. E’ meno pregiato. Lo producono anche in Cina a costi molto più bassi.

Lo stabilimento di Pistoia è uno di quelli più avanzati del gruppo, per i macchinari e per le professionalità operaie. Il mercato del nylon 6.6 è in crescita. Altre aziende straniere investono su questo prodotto. La Nilit – multinazionale straniera - ha aperto di recente uno stabilimento negli USA.

A Pistoia, invece, la Radicifil chiude. 140 lavoratori sono in cassa straordinaria; una ventina, quelli che lavoravano nelle aziende dell’indotto, sono già andati a casa. Nessun piano industriale; nessuna garanzia sul loro futuro.

L’annuncio della chiusura è recente. Il 27 aprile, l’azienda comunica la decisione di chiudere e l’inizio della cassa a partire dal 1 maggio….bella festa dei lavoratori!

La notizia arriva del tutto inaspettata. Nei mesi precedenti l’azienda stabilizza due precari a cui è scaduto il contratto a termine. Dal 200 5 al 2008 investe 6 milioni di euro per macchinari nuovi. Alcuni sono ancora in garanzia. Utilizzati non più di pochi mesi. In magazzino ci sono 5 milioni di euro di filo fermo.

I compagni della Radicifil mi fanno vedere i capannoni qui intorno. Questa è una grande area industriale, perlopiù tessile e chimica. Prima era tutta Radicifil. Ora c’è Ti-Engineering, Biodepur, Infra, Saint Gobain etc. Venduto tutto. Pezzo per pezzo.

L’assetto societario della Radicifil cambia in pochi anni innumerevoli volte. Texpo3, Texpo2, Radicigroup, Radicinylon, Radicifil, Radiciyarn. Cambia assetto, cambia nome, cambia la maglietta dei lavoratori. Ora in giro ce ne stanno tante, tutte diverse. Qualcuno le ha conservate tutte.

Renzo, Michele, Emilio, Riccardo, Massimo e gli altri lavoratori della Radicifil che oggi sono qui insieme a noi non sanno quale sarà il loro futuro. Non sanno perché l’azienda vende uno stabilimento che funziona e che produce un prodotto competitivo. Non sanno perché l’azienda vende la loro pelle.

Nei prossimi giorni hanno un incontro con la Regione; a breve con il ministro delle attività produttive. Intanto, il presidio continua.

Oggi sono con noi, insieme alle lavoratrici e ai lavoratori delle fabbriche metal meccaniche della zona. Diamo loro una bandiera della Fiom (vedi foto).
Le nostre biciclette portano loro la nostra più totale solidarietà.

La storia è sempre la stessa. Me la dicono in poche parole. “Loro sono l’azienda. Noi siamo le persone. Loro scelgono noi paghiamo”.

22 maggio - Pistoia - I metalmeccanici insieme alla Radicifil


Di fronte alla Radicifil a Pistoia, sono in tante e in tanti. Sono venute le lavoratrici e i lavoratori delle fabbriche metalmeccaniche della zona.

Vengono dalla Ricciarelli, dalla Minnetti, dalla GTB che è in cassa, dalla MGM, dalla Lime, dalla Cima. Vengono dalla Ciet, sono in cassa anche loro e con procedura di mobilità aperta, vengono dalla Deltaserre…sono gli ex della Deltaserre, perché la fabbrica ha chiuso un mese fa. E poi ci sono i lavoratori della Breda, che mi raccontano dell’amianto. Una storia brutta e lunga, che racconterò presto.

Ci accolgono insieme ai compagni dell’ARCI. Ci offrono da bere e da mangiare.

La strada è lunga, ripartiamo. Destinazione Prato e poi Firenze.

Trieste, 22 maggio. Manifestazione nazionale Fincantieri

Incontrare Trieste, pedalando fra Porretta e Pistoia, può sembrare strano. In realtà oggi, nel capoluogo giuliano, si svolge una tappa importante del lavoro in marcia della Fiom.
Qui oggi, da tutti i cantieri del gruppo sparsi nel paese – Trieste, Marghera, Monfalcone, Ancona, Bari, Palermo, Castellammare di Stabia, Riva Trigoso, La Spezia, Genova – sono arrivati le lavoratrici e i lavoratori di Fincantieri.
Vengono qui a manifestare contro l’ennesimo accordo bidone, che attacca i loro salari e i loro diritti, un accordo separato firmato il 1° aprile scorso dall’azienda e da alcuni sindacati – non la Fiom – nonostante la maggioranza delle Rsu del gruppo si sia espressa in maniera contraria.
Vengono qui a chiedere che gli sia data la possibilità di votare e di decidere sugli accordi che li riguardano, perché ancora una volta a queste lavoratrici e a questi lavoratori viene negata la possibilità del referendum.
Chiedono rispetto, chiedono democrazia, lo striscione che apre la manifestazione dice: “noi costruiamo navi, noi decidiamo sugli accordi”. Chiaro.
Sono gli stessi che hanno impedito, con una lotta durissima, la quotazione in Borsa della Fincantieri, un’operazione che alla vigilia della violenta crisi che ha travolto la Borsa nei mesi scorsi, si sarebbe rivelata drammatica per il gruppo.
Ora sfilano davanti alla sede centrale di Fincantieri, lungo il molo Audace, scandendo i loro slogan, e rivendicando i loro diritti nei confronti di una azienda che solo due giorni fa, ad Ancona, è stata condannata per comportamento antisindacale. E non è la prima volta che succede.
Basta guardare gli sguardi di tutti quelli che sfilano oggi per capire che hanno ragione e che non molleranno facilmente: fino a quando non ci sarà un nuovo accordo, giusto e dignitoso, approvato dalle lavoratrici e dai lavoratori del gruppo, questa vertenza non finirà. CS

giovedì 21 maggio 2009

21 maggio - Davanti alla Oerlikon

Da Marzabotto a Porretta Terme la strada sale. Si fa fatica, ma non ci fermiamo. Arriviamo poco dopo l’una.

Siamo davanti alla Oerlikon. Gli operai e le operaie stanno uscendo per incontrarci e fermarsi a mangiare con noi.

Siamo in montagna. Arianna è al banco e offre a tutte e tutti da mangiare e da bere. Ha un sorriso che copre il sole.

Alla Oerlikon – ex Demm – sono circa 300. Ogni giorno, sono in cassa tra i 120 e i 150 lavoratori. Sono partiti con 13 settimane a marzo. L’azienda ha già chiesto una proroga. Oggi, sono a un quarto della produzione dell’anno scorso. Forse si parte a settembre con la cassa straordinaria, ma ancora non avranno finito quella ordinaria.

70 interinali, intanto, sono già andati a casa. Da fine dicembre a oggi, ne sono rimasti soltanto un paio. Il loro contratto scade tra poche settimane.

In tutto il gruppo, che ha vari stabilimenti, la direzione chiede esuberi per quasi metà della forza lavoro, senza nessun piano industriale credibile. L’azienda ammette tranquillamente che si è perso mercato per mancanza di innovazione tecnologica.

21 maggio - Porretta Terme


Davanti alla Oerlikon, ci sono tantissime lavoratrici e lavoratori. Vengono anche dalle altre fabbriche della zona. Le loro storie sono le stesse che ho ascoltato in questi giorni: cassa, cassa, cassa…

C’è Luciano della Metalcastello, cassa da aprile a luglio con la prospettiva di continuare anche dopo. 10 giorni al mese. Fa ingranaggi per trattori (CNH, Cat, Iveco, John Dear) e blindati (Meritor). Fatturava 67 milioni di euro nel 2007, 70 nel 2008, previsioni di crescita per il 2009. Oggi, difficilmente raggiungerà i 40 milioni. Luciano preferirebbe costruire soltanto trattori.

C’è Marco della Assalone, 22 dipendenti. In cassa a 0 ore fino a tutto luglio. Forse poi, dopo le ferie, “ci tocca anche settembre”. In 23 anni che lavora lì, è la prima volta che fa la cassa.

Poi ci sono le operaie e gli operai della Saeco, in cassa da febbraio. L’azienda potrebbe decidere di vendere. Forse a Electrolux, forse a De Longhi. E per ora, nessuna garanzia sui posti di lavoro. Producono macchine da caffè. L’ultima funzionava male. L’azienda ha inondato il mercato di un fallimento. Lo hanno pagato le operaie e gli operai.

21 maggio - Contro il fascismo. Di ieri e di oggi

Ieri e oggi sono due giornate particolari. Cambia il paesaggio, lasciamo la pianura e entriamo negli Appennini. Entriamo nella memoria. Quella dell’anti-fascismo e delle lotte partigiane.

Con i compagni dell’ANPI che abbiamo già incontrato a Modena davanti alla Manitou.

A Sasso Marconi, dove ci invitano all’inaugurazione di una strada in memoria di tutte le compagne i compagni licenziati per motivi sindacali e politici.

A Marzabotto, dove mi segno nella memoria questi quattro nomi, che trovo in mezzo a tantissimi altri: Adriana, Bruna, Giovanna, Irene…dieci anni, due, sette, cinque. Se guardi meglio, accanto ad alcuni nomi, ci sono i mesi. E i giorni. Lucia 9 mesi, Roberto 24 giorni.

Senza memoria non c’è futuro.

Siamo tutte e tutti anti-fascisti. Contro il fascismo di ieri e quello di oggi.

21 maggio - Prima del Giro d'Italia


Partiamo presto dal campeggio dove abbiamo dormito. Ci svegliamo e ci troviamo in mezzo a un bosco. Intorno non c’è più la pianura. Alberi e montagne, l’aria è più fresca, il sole almeno a quest’ora batte meno forte.

Partiamo diretti a Porretta, dove ci aspettano il sindaco di Marzabotto e quella di Vergato. Da qui domani passa il giro d’Italia, quello vero. Oggi ci siamo noi.

21 maggio - I lavoratori delle cartiere e le loro magliette rosse


A Sasso Marconi, insieme a noi, ci sono anche le lavoratrici e i lavoratori delle cartiere della Valle del Reno. Restano con noi sempre, da ieri pomeriggio davanti alla Arcotronics, fino a stamattina che andiamo a Marzabotto.

Vogliono una cosa semplice. Ce l’hanno scritta sulle loro magliette rosse (vedi foto). Vogliono lavorare.

Con la crisi delle cartiere, il territorio ha perso moltissimi posti di lavoro e rischia di perderne ancora. La Burgo ha chiuso, 25 lavoratori sono ancora in mobilità. Ha chiuso la Maglio, con oltre 60 lavoratori in cassa straordinaria e i macchinari già venduti. Nessuna speranza che la fabbrica riparta.

E’ in cassa anche la Reno de Medici, che avrebbe ancora mercato, ma ha colto l’occasione della crisi per fare interventi strutturali sullo stabilimento di Sasso. Gli altri 4 stabilimenti – in varie zone d’Italia – funzionano senza problemi. Qui, l’azienda ha deciso di tagliare. E’ l’unico stabilimento in Italia che produce soltanto cartoncino con materiale di riciclo… “soprattutto le rese del Resto del Carlino”, mi dicono.

Sono qui insieme a noi. Appartengono a un’altra categoria ma i problemi sono gli stessi delle metalmeccaniche e dei metalmeccanici.

Sono tanti. Le loro magliette rosse riempiono tutte le foto che scatto.
 

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